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Taglio dei parlamentari: ecco perché la democrazia non può essere una volgare questione di numeri

Aggiornamento: 15 set 2020

La prossima tornata referendaria ci pone di fronte, ancora una volta, alla possibilità di emendare un pezzo della Costituzione italiana. Questa volta si tratta di cambiare gli articoli 56, 57 e 59 diminuendo il numero dei parlamentari eleggibili.

Chi si è fatto promotore della riforma ha presentato la proposta come una delle strade da percorrere per tagliare i costi della politica ed equiparare – almeno in parte - il sistema italiano a quello di altri Paesi occidentali. Questa sembra essere la sostanza degli interventi dei sostenitori del Si al referendum. Non essendo pregiudizialmente contro la riforma o, peggio ancora, contro chi la propone, procederei all’analisi del merito del quesito referendario per valutarne la bontà, ma soprattutto per rapportare la ratio della riforma con la natura e lo spirito del sistema democratico italiano.

Il primo comma del primo articolo della Carta costituzionale sostiene che l’Italia è una Repubblica democratica e subito dopo aggiunge – citando il secondo comma - “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Come fa il popolo ad esercitare questo potere? Essendo la nostra una democrazia “indiretta”, tale potere viene dispiegato (almeno in via teorica) attraverso i propri rappresentanti eletti periodicamente.

A questo punto tocchiamo un primo nodo fondamentale e cioè il rapporto tra i rappresentanti e i rappresentati. In termini numerici un rappresentante è l’espressione concreta di un dato numero di rappresentati. Se il numero dei rappresentanti diminuisce, automaticamente aumenta il numero dei rappresentati da un singolo eletto. Tale aspetto, matematicamente insignificante, comporta però grosse criticità in una democrazia rappresentativa come la nostra. L’aumento degli elettori per singolo parlamentare eletto, infatti, può avere due cause distinte: o la presa d’atto della standardizzazione delle opinioni e delle posizioni politico-culturali, o la volontà deliberata di cancellare la rappresentanza di una parte dell’elettorato considerato minoritario. Visto che non siamo ancora in un romanzo distopico del Novecento e che tradizionalmente il sistema italiano ha una profonda frammentazione e una proverbiale pluralità (a riprova vi è la storica presenza di tanti partiti sulla scena politica nazionale e locale), propenderei per la seconda. La riforma, infatti, rischia di impoverire l’offerta politica e di portare nell’organo più importante della nostra democrazia una rappresentazione fallace dell’elettorato, soprattutto se la modifica costituzionale sarà accompagnata (come si prevede) dall’approvazione di una legge elettorale con premio di maggioranza. La combinazione tra diminuzione della rappresentanza e maggioritario, infatti, marginalizza ulteriormente le minoranze politiche, sociali e culturali, relegandole definitivamente fuori dal Parlamento o al ruolo di comparse d’aula.

Nelle democrazie dirette di epoca classica la diminuzione dei componenti delle assemblee pubbliche rappresentava il tentativo di depotenziare o sostituire il regime vigente. Nell’Atene della seconda metà del V secolo, i sostenitori dell’oligarchia (i “kalokagathoi”, organizzati in eterie), quando tentano di prendere il sopravvento nelle fasi delicate della polis (almeno in due casi durante la guerra del Peloponneso), per prima cosa diminuiscono il numero dei cittadini che hanno diritto ad accedere all’ecclesia e alla boulé.(le assemblee civiche che rappresentano il cuore di quel sistema). E visto che il populismo e la demagogia sono pratiche atemporali, anche gli oligarchi utilizzavano come “cavallo di battaglia” propagandistico la riduzione dei costi della politica con l’obiettivo di eliminare le “indennità” (nate proprio ad Atene, durante il trentennio pericleo, per permettere anche agli indigenti di ricoprire cariche pubbliche).

Chiusa la parentesi storica, va detto che nemmeno la “carta esterofila” del fronte del Si non sembra essere troppo convincente. Dire che bisogna tagliare i parlamentari perché lo hanno fatto anche gli altri, è un argomento debole. Basti ricordare che, a differenza dell’Italia, la stragrande maggioranza degli esempi utilizzati ha un sistema politico storicamente bipartitico o comunque con pochi soggetti sulla scena politica.

Quello che emerge da questa riforma, in conclusione, è il tentativo di indebolire la rappresentatività in un momento di forte scollamento tra rappresentanti e rappresentati. Il vento dell’antipolitica (è avvilente sentir parlare di risparmio relativamente al funzionamento di un sistema politico) rischia di fiaccare la democrazia quando sarebbe bastato un semplice taglio delle indennità dei singoli parlamentari.

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