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Quanto ci costerà la storica diffidenza russa nei confronti dell’Occidente?

L’attacco portato dall’esercito russo in territorio ucraino pone di nuovo, al di là di questioni strettamente strategiche, il tema del rapporto tra quello che in termini concettuali definiamo “Occidente” e la Russia. Il crollo dell’Urss sembrava aver risolto definitivamente il dualismo a favore del primo, facendo intravedere - con l’arrivo della democrazia e del libero mercato – un possibile riavvicinamento tra i due blocchi. Ancora una volta, invece, ha prevalso la storica diffidenza dell’area russa nei confronti del blocco occidentale. Sfiducia che l’establishment che ha il proprio vertice al Cremlino sta cavalcando in queste ore per riprendersi lo status di potenza internazionale perso con il crollo dell’area sovietica. Nonostante la vicinanza geografica e le periodiche alleanze, infatti, la reciproca disistima tra le due realtà culturali ha una lunga storia che va molto oltre la Guerra fredda e che vede spesso i territori di confine sacrificati sull’altare dell’equilibrio e della realpolitik (vedi il caso dell’Ucraina).

Fin dal XIII secolo l’Occidente, per difendere i propri confini contro le invasioni dei popoli dell’est, ha proceduto alla conversione al cattolicesimo dell’attuale area bielorussa e di quella a occidente dell’Ucraina, lasciando le popolazioni più a oriente – da qualche secolo legate al cristianesimo ortodosso – alla mercé degli invasori. Probabilmente per questo, rilevava in un saggio Arnold J. Toynbee (Il mondo e l’Occidente, 1953), i russi hanno scelto sempre un governo autocratico e centralizzatore considerandolo evidentemente un male minore rispetto alle possibili invasioni anche da occidente, da dove in ogni secolo, a partire dal XVII, sono arrivate le principali minacce: i polacchi nel 1610, gli svedesi nel 1709, i francesi nel 1812 e in ultimo i tedeschi nel 1941.

Tutto ciò potrebbe essere sufficiente per spiegare la scarsa fiducia nei confronti dell’Occidente, atteggiamento rispetto al quale nemmeno l’adozione di prodotti tecnologici ed ideologici europei è riuscito a stemperare, anzi, probabilmente ne ha esacerbato la conflittualità. L’autocrazia russa, infatti, le ha usate come armi di difesa.

La politica militare zarista ha imposto l’adozione delle tecnologie provenienti da ovest dopo l’invasione polacca del’600, assicurandosi così gli strumenti adatti per respingere in seguito gli attacchi degli svedesi nella battaglia di Poltava. Stesso discorso per la rivoluzione tecnologica forzata imposta da Stalin, la quale ha permesso all’Urss di resistere al Terzo Reich e di diventare una superpotenza tale da rivaleggiare con gli Stati Uniti d’America.

L’adozione della cultura occidentale nella “grande madre” Russia, invece, ha avuto meno fortuna. Il modo di vivere europeo voluto per forza da Pietro I il Grande e l’esportazione – con variazione sul tema – del socialismo marxista hanno avuto vita relativamente breve ed effetti tutt’altro che soddisfacenti.

Oggi quella stessa diffidenza porta i russi a supportare le politiche di potenza messe in campo da Putin, le quali si giustificano con la ricostruzione di un’area “cuscinetto” tra la Russia e i Paesi della Nato, ma che nascondono la volontà di dominio strategico che si regge sulla fornitura di risorse ai Paesi europei e sulla nuova influenza in territori extraeuropei come la Siria, la Cirenaica, il Mali, il Burkina Faso (dove i golpisti hanno esposto anche la bandiera della Federazione russa). Questa situazione rischia di avere conseguenze incontrollabili come la crisi energetica internazionale per i Paesi che sono sprovvisti di risorse (primo fra tutti l’Italia ma non solo), nuove cause di conflittualità nel mondo (anzi, fin sull’uscio della stessa Unione europea) e lo sdoganamento di nuove mire internazionali da parte di altre superpotenze (la Cina che ha nel mirino Taiwan).

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