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Migranti, quando l’opportunismo cambia la politica e le scelte: il “caso ucraino”

Aggiornamento: 18 mag 2022

L’Unione europea non ha una politica estera unica ma, per una singolare eterogenesi dei fini, riesce a sostenere all’unisono una opportunistica gestione dei flussi migratori che, dopo anni di contingentamento – nonostante il calo demografico -, ha riscoperto l’importanza dell’accoglienza soltanto con l’inizio del conflitto russo-ucraino.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, sono 6,1 milioni le persone che hanno lasciato l’Ucraina da febbraio 2022 (https://data2.unhcr.org/en/situations/ukraine). Alcuni esperti della University of California, analizzando i dati dell’UNHCR, hanno sottolineato che l’esodo ucraino è il più alto dal 1990, supera di gran lunga i 2,2 milioni dalla Siria e i 2 milioni dal Venezuela.

Stante la sacrosanta ospitalità nei confronti di chi scappa dalla guerra nell’Est europeo, verrebbe da chiedersi come mai gli Stati europei che si stanno barricando tra i propri confini lamentando l’invasione e la mancanza di strutture di accoglienza, oggi dimostrano una capacità di ospitalità per milioni di persone.

In un precedente articolo su questo blog (https://www.paralogismo.com/post/le-guerre-che-fanno-male-ai-profughi-e-ai-principi-universali-nell-unione-europea), era stato ricordato che la rete “Rivolti ai Balcani”, nell’ultimo dossier, denunciava le violazioni dei diritti dei migranti da parte di alcuni Paesi europei attraverso l’uso di droni, aerei, telecamere termiche, scanner dei volti, muri di cinta, filo spinato e campi di confinamento.

Lo scorso 7 ottobre 2021, inoltre, dodici Stati membri della Commissione europea avevano chiesto all’Ue di finanziare la costruzione di barriere fisiche lungo i confini esterni. Tra i firmatari della richiesta c’era anche la Polonia le cui autorità hanno sistematicamente bloccato i migranti extraeuropei sul confine bielorusso utilizzando violenza fisica, idranti, gas lacrimogeni e cannoni sonori contro singoli e famiglie inermi; ma che oggi non sembra più soffrire della “sindrome dell’invasione” a tal punto da accogliere 3,3 milioni di ucraini. Per non parlare dell’Ungheria di Orban che ha aperto le porte a 594 mila rifugiati dopo aver tuonato per anni contro l’immigrazione dall’Asia e dall’Africa.

Il discorso potrebbe valere anche per l’Italia dove da anni si alimenta la retorica dell’invasione dal continente africano attraverso la rotta Mediterranea, ma che oggi ha aperto i confini in poche settimane a quasi centomila migranti i quali, grazie al Dpcm Draghi, possono avere un permesso di soggiorno valido un anno - prorogabile di sei mesi più sei - e l’accesso all’assistenza sanitaria, al mercato del lavoro e allo studio.

Andando oltre, i dati relativi alle migrazioni dall’Est europeo hanno inoltre un rovescio della medaglia. Nonostante la narrazione dell’odio tra Federazione russa e Ucraina che avrebbe costretto i cittadini di quest’ultima a scappare, le cifre sui rifugiati - sempre diffuse dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite - ci dicono che circa il 13% (800 mila) sarebbero scappati proprio nella casa del “carnefice” (la Russia).


Ma c’è di più. Se si vanno a snocciolare i report della Commissione europea si scopre che l’esodo dall’Ucraina ha subito sicuramente una tragica accelerazione dallo scorso mese di febbraio, ma che in realtà è una tendenza che va avanti già da qualche anno. Per dare un’idea della situazione, Eurostat riferisce che nel 2019, su quasi 3 milioni di persone che hanno ottenuto il primo permesso di soggiorno rilasciato dagli Stati membri dell’Unione europea, 756.574 erano ucraini. L’anno successivo, nonostante la pandemia, tale cifra ha raggiunto 601.227 mila su circa 2,25 milioni (il 26% circa), tanto che – come mostra il grafico nell’immagine – gli ucraini sono la prima nazionalità nel mondo ad aver richiesto nel 2020 dei primi permessi di soggiorno rilasciati negli Stati membri dell'UE.

Ovviamente i dati non spostano una virgola in merito all’aggressione russa all’Ucraina, ma danno un quadro più veritiero dell’atteggiamento di tanti Paesi europei e del governo di Kiev prima del conflitto.

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