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Le guerre che fanno male ai profughi e ai principi universali nell’Unione Europea

Il progetto che prevede la nascita degli Stati Uniti d’Europa come una repubblica interstatale unitaria, auspicato già da Immanuel Kant nel pamphlet del 1795 intitolato “Per la pace perpetua”, sembra ancora molto lontano dall’essere pienamente realizzato. L’Unione europea in più occasioni ha dato l’impressione di essere un pugile suonato che subisce passivamente i colpi degli amici/nemici che lo circondano. Una sorta di masochista pronto ad attivarsi soltanto per far fronte alle conseguenze dell’imperialismo politico ed economico degli altri attori sullo scenario internazionale. Una di queste conseguenze è l’emergenza umanitaria legata al destino dei profughi, nella maggior parte dei casi scappati dai conflitti innescati da potenze extra europee.

In queste ore tale condizione appare chiaramente in Ucraina da dove, a causa dell’aggressione russa, tantissime persone stanno scappando verso occidente. Nei dodici giorni di conflitto sono già 1,7 milioni i cittadini che stanno raggiungendo i Paesi dell’Unione europea, ma nelle prossime settimane – secondo quanto previsto dalle autorità internazionale – il numero potrebbe toccare i 7 o 8 milioni. Si tratterebbe dell’ennesimo allarme umanitario che si andrebbe ad aggiungere a quelli provocati dai conflitti che, nell’ambito del progetto di “guerra al terrore”, negli ultimi venti anni hanno visto protagonisti o partecipanti gli Stati Uniti d’America.

La Brown University di Providence del Rhode Island (Usa) - non esattamente un pericoloso covo di comunisti o di terroristi - ha calcolato che dopo l’11 settembre 2001 e fino al 2019 i conflitti iniziati o partecipati dagli americani in otto paesi (Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Somalia e Filippine) hanno provocato almeno 36.869.026 tra rifugiati e sfollati. Dove saranno scappate queste povere persone per tentare di ridare dignità alla loro vita? Molti di loro verso l’Europa, percorrendo quelle che oggi vengono definite “Rotta mediterranea” e “Rotta balcanica”. La conferma per quest’ultima ci viene fornita dall’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite il quale ha certificato che, tra il gennaio 2018 e l’ottobre 2021, dei circa 84mila migranti rifugiati e richiedenti asilo di cui sia stato registrato il transito in Bosnia ed Erzegovina i principali Paesi di provenienza dichiarati dalle persone sono Afghanistan, Pakistan, Siria, Iran, Iraq ed Egitto.

Ma mentre per i profughi ucraini fortunatamente si sta attivando una vasta rete di accoglienza ufficiale e informale, per chi scappa dalle guerre lontane il trattamento che le Istituzioni europee stanno riservando è, per usare un eufemismo, tutt’altro che amichevole. I Paesi dell’Ue, infatti, - secondo quanto certificato dall’ultimo dossier della rete “Rivolti ai Balcani” - si stanno barricando entro i propri confini facendo ampio uso di droni, aerei, telecamere termiche, scanner dei volti, muri di cinta (Turchia, Grecia, Polonia, Lituania e Lettonia si apprestano a seguire l’esempio dell’Ungheria), filo spinato e campi di confinamento dove tenere i migranti in un limbo senza diritti e senza dignità.

Lo scorso 7 ottobre dodici Stati membri alla Commissione europea hanno chiesto all’Ue di finanziare la costruzione di barriere fisiche lungo i confini esterni. Tra i firmatari della richiesta c’era anche la Polonia le cui autorità, che oggi accolgono fraternamente gli ucraini, hanno sistematicamente bloccato i migranti extraeuropei sul confine bielorusso utilizzando violenza fisica, idranti, gas lacrimogeni e cannoni sonori contro singoli e famiglie inermi.

A quanto pare, l’Istituzione sovranazionale nata dai nobili principi del Manifesto di Ventotene, incalzata dalle guerre degli altri, sta facendo piazza pulita di valori fondamentali come quelli della pace e dell’accoglienza.

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