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La verità continua ad essere scomoda ovunque, anche nella patria della libertà e della democrazia

“Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza”. Questa frase, che Platone attribuisce a Socrate nell’Apologia, potrebbe rappresentare lo slogan dei valori che l’Occidente si è dato dalle origini. Virtù per le quali, però, il maestro della maieutica è stato condannato a morte dalla democrazia ateniese, la culla di quella stessa civiltà a cui oggi ci richiamiamo. Proprio il senso di quel paradosso – la persecuzione di chi ricerca e propaganda la verità in un regime libero e democratico –, che tanto aveva ispirato la filosofia platonica, scuote periodicamente la coscienza di chi in tempi recenti, tronfio, si crogiola con quelle idee per segnare la propria diversità dai “barbari”.

L’ultimo caso in ordine temporale è quello di Julian Paul Assange, cofondatore e caporedattore dell'organizzazione divulgativa WikiLeaks, che nel 2010 è diventato noto per aver reso pubblici documenti riguardanti crimini di guerra commessi dai soldati statunitensi in Iraq e in Afghanistan. Nessuno ha mai messo in dubbio le immagini e i fatti resi pubblici dal giornalista australiano, ma dal quel momento è iniziato il suo calvario giudiziario.

Nel caso di Socrate, le accuse di aver corrotto i giovani e di non riconoscere le divinità della polis, nascondevano l’accusa politica di essere un “cattivo maestro” e di criticare le basi del sistema politico ateniese. Il potere in quanto tale non accetta mai di buon grado la disapprovazione, soprattutto se è in un momento di difficoltà.


Nel caso di Assange, invece, le accuse di reati sessuali (poi rivelatesi infondate) e di ulteriori violazioni a cavilli giuridici, cela la volontà di eliminare una figura scomoda che ha mostrato gli “effetti collaterali” delle azioni militari di inizio ventunesimo secolo. Quelle operazioni che l’Amministrazione Bush junior incluse nel tentativo di “esportare la democrazia” e di punire gli Stati canaglia responsabili dell’attacco agli USA dell’11 settembre 2001 – a tal proposito, è interessante la ricostruzione proposta dal regista di Don’t Look Up, Adam McKay, nel film su Dick Cheney, Vice - L'uomo nell'ombra.

Il 20 aprile 2022 la Westminster Magistrates' Court di Londra ha emesso l'ordine formale di estradizione negli Usa per il cofondatore di WikiLeaks che, in caso di via libera del ministro degli Interni della Gran Bretagna, Priti Patel, verrebbe trasferito negli Stati Uniti, dove rischia - dopo aver passato due anni e mezzo nel carcere di massima sicurezza londinese di Belmarsh - una condanna a 175 anni di carcere per l’accusa di spionaggio in seguito alla diffusione di circa 700.000 documenti segreti militari e diplomatici.

La Segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha fatto notare che l’estradizione del giornalista “avrebbe conseguenze devastanti per la libertà di stampa e per l’opinione pubblica, che ha il diritto di sapere cosa fanno i governi in suo nome”, e ancora “diffondere notizie di pubblico interesse è una pietra angolare della libertà di stampa”. Insomma, come nel IV secolo a.C., la verità continua ad essere un inquilino fastidioso anche nella patria della democrazia moderna.

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