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La solitudine del 25 aprile: una nuova prospettiva diacronica per non perdere il nostro passato

Dagli anni dell’adolescenza mi sono sempre chiesto il perché il 25 aprile, nel piccolo paese conservatore e bigotto del sud Italia in cui vivevo, è puntualmente ignorato rispetto a un IV novembre celebrato da decine di militari in alta uniforme e da istituzioni impettite per l’occasione. Mi sono posto più volte la domanda sul perché una data che simbolicamente rappresenta il natale della nostra libertà come comunità democratica e tollerante, viene vissuta anonimamente nonostante perfino il giorno festivo (il IV novembre non lo è, ma le celebrazioni vengono fissate comunque nel primo weekend disponibile). In altri termini, la mia domanda era come mai una repubblica democratica nata il 25 aprile, dopo tanti sacrifici e tante sofferenze, non promuovesse e sollecitasse ovunque il ricordo pubblico di tale momento come paradossalmente avviene con il IV novembre, quando invece si commemora la fine di un conflitto fortemente sciovinista.

Attenzione, non un quesito volto a lamentare la mancanza di riti finalizzati a celebrare la patria in quanto tale, in una sorta di apoteosi dello Stato etico, ma l’esigenza di riempire un vuoto rappresentato dalla mancanza di una memoria collettiva preminente. Preminente non perché basata sull’imposizione unilaterale, ma stabilita sulla base di una verità storica ormai accertata, anche se spesso non accettata da tutti. La ricostruzione del periodo della resistenza che è alla base della nostra Carta costituzionale non può viaggiare sincronicamente con la narrazione revisionista proposta negli ultimi anni da gente come Giampaolo Pansa e Paolo Mieli che pretende – in base ad un processo induttivo discutibile – di prendere singoli fatti ed ergerli a verità assoluta senza possibilità di riscontro e senza alcun metro di paragone, ma con l’unico obiettivo di creare un contraltare alla violenza nazifascista. Una memoria condivisa basata sui fatti non si crea attraverso la parcellizzazione di una fase storica alla ricerca di un contentino per ogni contraente di questa sorta di patto comunitario.

Non è questo il nostro problema, anche se l’attuale utilizzo pubblico della storia lo fa apparire tale. La questione che oggi andrebbe dibattuta, al netto dei tentativi del revisionismo di ogni matrice, è la prospettiva diacronica di fatti condensati nel 25 aprile e che il tempo e la sciatteria della classe dirigente italiana rischiano di far dissolvere dando spazio a quei disvalori che hanno reso il ‘900 un secolo di tragedie indicibili. Nell’allargamento della prospettiva dialettica hegeliana, Carlo Ginnzburg sostiene che “il passato deve essere compreso sia nei propri termini sia in quanto anello di una catena che in ultima analisi arriva fino a noi”(Occhiacci di legno – dieci riflessioni sulla distanza, Quodlibet). Ma come facciamo a tenere ben salde le maglie di questa catena? Come facciamo a tenere viva la memoria come monito per il futuro dell’Italia? Le strade seguite solitamente sono due: la divulgazione degli storici e della storiografia; e la testimonianza delle generazioni che hanno vissuto tragedie come la seconda guerra mondiale, l’olocausto e la resistenza.

La prima è quella che possiamo considerare immortale perché resta scolpita nelle opere di ricostruzione storica. Il progressivo abbassamento dell’interesse e della cultura media (vedi fenomeni come l’analfabetismo di ritorno) rappresenta il pericolo più grande di questa via, soprattutto in una società che riesce a farsi condizionare dalle fake newsraccontate – almeno nella forma - meglio della stessa verità. A questo aggiungeteci la ritrosia di una certa parte del mondo accademico che, crogiolandosi tra i galloni di scienziati della storia, rifuggono dal ruolo di divulgatori.


La seconda, invece, è legata alla testimonianza (soprattutto emozionale) che soltanto chi ha preso parte a quelle fasi di questo Paese può trasmettere. Quest’ultima ha il vantaggio di essere diretta e di poter raggiungere anche quelle fasce meno avvezze alla lettura dei manuali di storia, ma è resa sempre più impraticabile dal passare degli anni che sta minando biologicamente la fonte di quelle testimonianze. E allora? È tutto perduto? Assolutamente no. Il motivo lo spiega ancora una volta Carlo Ginnzburg quando scrive: “In qualsiasi cultura la memoria collettiva, trasmessa da riti, cerimonie e simili eventi, rafforza un nesso con il passato che non implica una riflessione esplicita sulla distanza che ci separa da esso”. Insomma, la chiave potrebbe essere proprio quella ritualità legata al 25 aprile che in molti luoghi d’Italia il revisionismo sta cercando di cancellare definitivamente. Per questo motivo, ricominciamo tutti a cantare bella ciao, ricordiamo la storia personale di tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà di questo Paese, riprendendo l’invito di Piero Calamandrei, andiamo di nuovo in pellegrinaggio sui luoghi dove è nata la nostra Costituzione. Facciamo nostri quei principi scolpiti nei primi articoli della Carta costituzionale per poi applicarli in ogni momento della nostra esistenza pubblica e privata.

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