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La scuola italiana: la piccola cenerentola alla ricerca della rivoluzione copernicana

Aggiornamento: 28 mag 2022

La scuola è cara a tutti ma è difesa da pochi. Questa frase racchiude il senso del rapporto tra i governi e l’istituzione scolastica italiana, oggetto di riforme che nel tempo hanno deformato il sistema dell’istruzione del Bel paese. Una creatura amorfa che procede, come una questuante, con il fardello di cambiamenti utilitaristici realizzati sull’impianto gentiliano. Perfino l’esecutivo dei “migliori” ha deciso di proseguire sulla stessa strada con l’ennesima riforma finanziata con una mancetta proveniente dal PNRR, un tentativo teso a dare un criterio al caos attuale. Nonostante ciò, continua ad essere ignorato il cuore del problema e cioè la possibilità di rivoluzionare il mondo della scuola anteponendo la sua finalità alla sua strumentalità. Ma nel frattempo vediamo brevemente lo stato dell’arte.

Partiamo dalla considerazione economica di cui gode la scuola. Nonostante i proclami e le manifestazioni annuali negli istituti di tutta la Penisola, puntualmente l’Ocse – l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – rivela che i fondi destinati all’istruzione sono sempre meno. Nell rapporto annuale Education at a glance emerge che con il suo 4,1% di spesa sul Pil (dato 2018, l’ultimo disponibile) l’Italia resta a pieno titolo nel gruppo dei dieci Stati che investono meno in questo settore.

Volendo utilizzare come parametro la spesa pubblica, le cose non cambiano. Eurostat (l'Ufficio statistico dell'Unione europea) rivela che l’Italia negli ultimi anni ha investito l’8,0% della propria spesa pubblica in questo campo, collocandosi all’ultimo posto della classifica dopo la Grecia (8,3%). La media Europea è del 10,0% con Paesi come la Svizzera e l’Islanda che arrivano al 16%, e Paesi come Germania, Francia e Spagna che si attestano intorno al 9,5%. Insomma, quello che passa il convento non raggiunge nemmeno il minimo sindacale in un Paese che ancora pochi anni fa spendeva 9,4 miliardi di euro in “baby pensioni” a fronte dei 6,6 miliardi che faceva pervenire alle università.

I problemi, tuttavia, non riguardano soltanto i soldi investiti ma anche l’uso che se ne fa. Le ultime riforme e il cambiamento socio-economico hanno fatto crescere l’affluenza degli studenti in quella “zona grigia” dei corsi liceali senza identità, disincentivando i percorsi tecnico-professionali - di cui alcuni “storici” stanno progressivamente sparendo - e i percorsi liceali che un tempo formavano la classe dirigente (classico e scientifico tradizionale). Per il prossimo anno il primo si attesta intorno al 42%, mentre per i secondi, nonostante i licei facciano segnare un primato che complessivamente supera il 56%, il classico vede le proprie iscrizioni ridotte al lumicino (6,2%) e lo scientifico tradizionale non va oltre il 14% - emorragia che non risparmia nemmeno il Linguistico che scende al 7,4%.

In questa breve analisi non poteva mancare l’annoso problema del reclutamento. Ultimamente il numero degli insegnanti che hanno firmato il contratto a tempo indeterminato è inversamente proporzionale al numero dei pensionamenti, così da aprire una voragine che a fatica è stata riempita da insegnanti precari. La causa della precarizzazione del corpo docenti è da imputare all’incapacità di trovare dei criteri di assunzione stabili e affidabili. Ecco il motivo di concorsi straordinari, concorsi ordinari i cui criteri cambiano in corsa, selezioni di cui si sono perse le tracce e sistemi di abilitazione abbozzati e poi finiti nel dimenticatoio. Tale situazione ha spinto l’attuale ministro dell’Istruzione a ripensare il sistema delle assunzioni e della formazione dei docenti. Misure sulle quali sarà il tempo a dare un giudizio, ma che tuttavia fanno discutere perché finanziate con i soliti tagli.


Il governo ha utilizzato il PNRR per bypassare il Parlamento, ma non i soldi messi a disposizione dall’Ue. Il Piano di resistenza e resilienza prevede una spesa di 30,88 miliardi di euro al settore istruzione e ricerca ma, sottratti i 19,44 destinati al potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili nido alle università, nel triennio di applicazione resta poco per tutto il resto. Proprio per questo si è pensato di finanziare la nuova riforma con il riassorbimento dell’organico di potenziamento e con il taglio dei fondi destinati alla Carta docente.

Questa breve panoramica dei mali della scuola italiana suggerisce ancora una volta la necessità di ripensare il sistema dell’istruzione attraverso una riforma copernicana. L’istruzione non può essere unicamente uno strumento funzionale al mondo del lavoro, ma deve formare un capitale umano che tiene conto delle attitudini e delle necessità di ognuno. È arrivato il momento di superare il classismo e l’indottrinamento metodologico che vorrebbero rendere la scuola funzionale alle presunte richieste della classe padronale. Il rapporto empatico tra il maestro e l’allievo, che pone ogni volta sfide nuove e la ricerca di strumenti e metodi via via diversi e specifici, è il centro dell’attività didattica. Al di là di riforme e controriforme, infatti, solo se il professore riuscirà a rendere affascinante il sapere, a mobilitare le coscienze e a instillare l’etica della competenza avrà dato un senso al suo ruolo e a questa istituzione.

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