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La risposta alla crisi della rappresentanza politica si infrange con il progetto "grillino"

La crisi della rappresentanza politica degli ultimi decenni ha dato avvio a una lunga stagione di contrapposizioni tra i sostenitori del “professionismo” politico e quelli della – presunta – democrazia diretta. Sull’onda di questo scontro sono nati gruppi di protesta che, partendo anche dalla critica radicale, hanno raccolto una parte cospicua di quel consenso “volatile” che l’età post ideologica ha reso maggioranza. La fortuna di uno di questi, un movimento fondato da un ex comico da avanspettacolo, ha però messo a nudo le contraddizioni di questo dualismo tra professionisti e gente comune (utilizzo questa categoria senza alcun giudizio di valore) acuite dalla polarizzazione dello scontro e dalla riluttanza – almeno teorica - verso qualsiasi compromesso.

Tali dinamiche non sono una novità ma una contrindicazione storica dei regimi democratici. Gli assolutismi e le oligarchie nelle loro forme classiche, ad esempio, non agiscono nel quadro della dialettica politica tra rappresentanti e rappresentati. La democrazia, invece, si presta a questi sviluppi e al possibile deterioramento della fiducia tra i governanti e i governati, spingendo questi ultimi a pensare di poter sostituire i primi. Una sostituzione spesso presentata sotto le mentite spoglie della riappropriazione popolare del potere, ma che in realtà nasconde il malcelato piano di un nuovo gruppo ristretto di soggiogare il vecchio establishment per sostituirlo con uno nuovo. Prendete il tentativo – lodevole - del marxismo di realizzare una società senza classi, senza stato e connotata una uguaglianza sostanziale, si è storicizzata bloccandosi sull’uscio del comunismo “rozzo” e creando regimi guidati da un’avanguardia.

D’altronde, come si suol dire, le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni. Lo ha imparato l’Atene dell’età classica a sue spese, inorgoglita da un sistema democratico via via perfezionato dalle riforme di Clistene, Efialte e Pericle. Quel sistema di partecipazione diretta alla politica cittadina, vanto attico in tutto il mondo greco, si inceppò sul più bello (alla vigilia della costruzione di un impero mediterraneo) proprio a causa dell’illusione di poter realizzare la piena sostituzione degli aristoi con il dèmos. Una utopia che pretendeva di eleggere gli strateghi militari sulla base delle competenze, ma di lasciare le scelte politiche e l’amministrazione della giustizia della polisai sorteggi con cui venivano scelti i membri della Boulée dell’Eliea. Il miraggio del cittadino comune che governa senza alcuna competenza rese la città incline istituzionalmente alla faida scoppiata per interessi individuali. Atene divenne una città “malata di processi” – come ricorda Mauro Bonazzi nel Processo a Socrate – nella quale i tribunali spesso divennero il teatro privilegiato per regolare le contese politiche, sfruttando l’incapacità dei giurati di esprimere equilibrio e imparzialità (pur senza tuttavia violare gli obblighi formali che gli venivano imposti).


Nell’Italia repubblicana, dopo l’infelice parentesi del “Fronte dell’uomo qualunque”, un tentativo del genere è stato messo in piedi proprio da Grillo e dai suoi accoliti sfoggiando una retorica democratica di epoca moderna (non a caso la piattaforma di riferimento a cui fanno riferimento i “grillini” reca il nome di Rousseau, il “contrattualista” teorico della democrazia diretta). L’utopia di portare i cittadini semplici nelle stanze del potere, al di là delle buone intenzioni, ancora una volta ha mostrato delle inevitabili controindicazioni. Il movimento 5 Stelle ha dato vita a una burocrazia di partito incapace di percepire le sfumature della realtà socio-politica ma pronta a coglierne i frutti (ne è una prova la facilità con la quale si è passati da un governo con i sovranisti della Lega a quello con gli europeisti del Pd); senza la capacità di formare una classe dirigente con cultura dello Stato e, d’altra parte, con un pericoloso relativismo nel campo dei valori e dei diritti universali e positivi. La presunta identità e ortodossia pentastellata, infatti, non ha impedito ad un ministro di mostrare la faccia truce dell’intolleranza appoggiando la sciagurata linea dei “porti chiusi”, per poi rinnegare la complicità politica di una scelta eticamente abominevole. Di Maio e company hanno assunto le stesse vesti – probabilmente per cause anche congiunturali della politica post moderna – dei personaggi che avrebbero voluto spazzare via, ma con l’aggravante in molti casi dell’incompetenza. L’aver creato improvvisamente una forza di governo senza avere strutture di formazione o senza avvalersi di personale formato ha esposto ministri - come gli ormai ex responsabili della scuola e della giustizia - alle critiche delle strutture amministrative che avrebbero voluto cambiare in meglio (?). Le intenzioni, nonostante la loro purezza, si scontrano con la realtà della storia e probabilmente se ne accorgeranno anche i registi del “sogno grillino”.

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