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La retorica della democrazia imperfetta rischia di spegnere definitivamente i condizionatori

La guerra tra Ucraina e Russia ha fatto balenare nella retorica occidentale lo scontro di epoca classica tra i greci, padri delle libertà del cittadino, e i persiani, fulgido esempio di dispotismo orientale. Alcuni hanno evocato anche il Discorso di Pericle agli ateniesi, riportato con trasporto emotivo dalla monumentale opera tucididea. Come spesso accade, però, gli schemi precostituiti concettualmente non possono essere calati sulla realtà con estrema efficacia e senza procedere con degli aggiustamenti, perché le nostre elucubrazioni mentali hanno una razionalità che non sempre appartiene alla storia.

Lo schema manicheo buoni contro cattivi, infatti, funziona soltanto nella fervida immaginazione umana, ma calza male nell’analisi di ogni situazione reale. Basti pensare che, nel caso dello scontro di “civiltà” tra greci e persiani, i primi avevano intrattenuto stabilmente per molto tempo rapporti politici, economici e culturali con i secondi, tanto da non poter essere definiti “barbari” senza non cadere in contraddizione. La stessa patria della democrazia, Atene, baluardo contro la tirannia dei gran re, nella fase che va fino alla guerra del Peloponneso diede vita ad un non meno tirannico imperialismo, aggressivo e violento, pronto ad annichilire perfino chi defezionasse dalla stessa Lega delio-attica (una sorta di Nato dei tempi antichi).

Ritornando alla stretta attualità, lo stesso modello binario democrazia-tirannia, che il filo atlantismo sta cercando di affermare nello scontro tra Occidente e resto del Mondo, sta cedendo sotto il peso delle circostanze. Intendiamoci, non che il sistema russo o quello cinese non siano sufficientemente dispotici, anzi, ma è pur vero che il sistema democratico occidentale non sembra funzionare bene – almeno in questa fase –come si vorrebbe o almeno come lo si presenta.


La pandemia e la guerra nell’est europeo hanno reso macroscopica una malattia frequente e di cui le democrazie moderne stanno soffrendo i sintomi: la crisi della rappresentanza. Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo scollamento tra la volontà popolare e le decisioni governative. Questa spaccatura - giusta o sbagliata che sia -, per evitare il proliferare di nuove forze politiche di protesta (come nel caso dei 5 Stelle), è stata motivata con l’emergenza e nascosta dalle capacità manipolatorie e populistiche della propaganda.

Senza procedere ulteriormente per astrazioni, si potrebbe fare tranquillamente riferimento ancora al conflitto russo-ucraino, combattuto per interposta persona dalla Nato o, se volete, dalla potenza imperialistica che ne tira le fila: gli Usa. L’Europa, senza averne alcuna responsabilità (se non l’ignavia) e nonostante le inquietudini delle famiglie che temono un ulteriore impoverimento, è di fatto in guerra. In assenza di un serio dibattito pubblico che trascenda dalle accuse incrociate di diserzione filo-putiniana o di furore bellicista, gli europei, che si trovano già a fare i conti con le conseguenze di una guerra di cui l’unico beneficiario sembra essere l’alleato a “Stelle e Strisce”, rischiano di svegliarsi troppo tardi. Quando il paternalismo che oggi si esprime con le battute sui condizionatori sarà un lontano ricordo, infatti, l’Europa potrebbe ritrovarsi di nuovo a fare i conti con una ricostruzione post emergenziale senza avere i soldi del Pnrr.

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