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La "narrazione della responsabilità" diventa l'arma vincente del leaderismo italiano

I mezzi di comunicazione in queste settimane stanno diffondendo periodicamente dei sondaggi in merito al gradimento dei cittadini per i partiti e i leader politici italiani. Contrariamente a quanto avviene di solito, sorprende il progressivo aumento della fiducia nel presidente del Consiglio dei Ministri che alcuni istituti danno superiore al 60%. Tale dato colpisce perché i leader politici dei Paesi liberali e democratici in genere tendono a perdere fisiologicamente il consenso ottenuto alle elezioni. Nel caso di Conte, invece, parafrasando Andreotti, il potere non logora chi ce l’ha.

Scandagliando quelle che potrebbero essere le ragioni di questo trend del tutto singolare, ho messo insieme una serie di cause che non convincono fino in fondo. La sua popolarità sicuramente non è figlia di un sistema propagandistico a senso unico generato dalla crisi. Nonostante la fase eccezionale, infatti, a fasi alterne e con spazi diversi continuano a levarsi voci contrarie al governo. La seconda possibilità potrebbe essere quella dell’appeal politico dell’”uomo forte” al potere. Anche in questo caso, però, si tratta di una ipotesi debole. Il politico pugliese non pare avere la tempra di quel tipo, né sembra incarnare le caratteristiche del “leader carismatico”, almeno utilizzando la definizione che ne dà Max Weber.

Di fronte all’impossibilità di individuare una causa o delle concause esaustive, ho provato a cambiare prospettiva. La popolarità del capo del governo a mio avviso non deriverebbe dalle sue capacità ma da una narrazione pubblica che trova terreno fertile soprattutto tra le generazioni nate lontano dagli effetti catastrofici del secondo conflitto mondiale (a breve vi dirò perché lo snodo è rappresentato da quel nefasto evento). Una narrazione che definisco della “responsabilità” e vi spiego subito il perché di questa espressione.

Il primo termine, quello della “narrazione”, deriva da una esigenza antropologica di qualsiasi uomo. Di fronte alla mancanza di senso della storia universale e della storia individuale, ognuno di noi è portato quasi automaticamente a inquadrare e addomesticare la realtà entro schemi che potremmo definire “finzionali” (ciò derivanti dalla finzione, romanzati). Niente di scandaloso, per carità. I miti, le storielle, le religioni e tante teorie di filosofia della storia tentano di mitigare il disorientamento dell’uomo rispetto a una realtà che è palesemente caotica. Umberto Eco, nello spiegare tale prospettiva, scriveva: “Se i mondi narrativi sono così confortevoli perché allora non tentare di leggere lo stesso mondo reale come se fosse un romanzo?”.

Ma perché “della responsabilità”? Il motivo sta nella percezione che oggi le generazioni più giovani hanno di Conte: il leader italiano passa per essere uno che si sta assumendo delle responsabilità in un Paese in cui nessuno si assume mai alcuna responsabilità (discorso che non vale soltanto per le istituzioni). Sorrentino fa dire all’Andreotti de “Il Divo” (uno straordinario Toni Servillo): “So di essere di media statura, ma non vedo giganti intorno a me”. Ecco, Conte, lungi dall’essere un eroe, oggi è un uomo medio tra tanti nani e probabilmente a questo deve il suo apprezzamento.


Nani che troviamo non solo tra i suoi colleghi politici ma anche tra quella popolazione che al momento lo adora o in alcuni casi lo critica. Senza voler fare riferimento a schemi sociologici, oggi un po’ tutti si saranno resi conto che il senso di responsabilità - anche di persone che sfiorano la terza età - è merce rara. Penso sia inutile ricordare che in epoche passate (fino alla cesura della seconda guerra mondiale) intere generazioni di giovani si sono assunte il peso di grandi responsabilità e di grandi cambiamenti. Per fare qualche esempio, ricordo anche a me stesso che il marchese de La Fayette andò a combattere per l’indipendenza americana a soli diciannove anni, che allo scoppio della rivoluzione francese gente come Camille Desmoulins e Georges Jacques Danton avevano a stento trent’anni, che Mazzini fondò la Giovine Italia a ventisei anni, che il poeta Byron morì a trentasei anni combattendo per la libertà in Grecia, e che - per non andare troppo per le lunghe – le generazioni uscite dal secondo conflitto mondiale ancora giovani hanno resistito al Nazifascismo e hanno ricostruito l’Italia. E per concludere questa enumerazione di casi, ricordo sempre con piacere il caso di un meteorologo di nome James Martin Stagg e del generale Dwight Eisenhower, i quali si assunsero praticamente da soli la responsabilità dello sbarco in Normandia (il futuro presidente degli Stati Uniti d’America partecipò alle operazioni belliche con in tasca le dimissioni già pronto in caso di fallimento dell’operazione Overlord). Oggi, invece, ci troviamo di fronte a generazioni cresciute in una realtà ovattata, in un’epoca d’oro – fortunatamente - lontana dalle sofferenze della guerra che di fronte alle prime difficoltà e alla messa in discussione delle certezze sono finite nel panico. Alla morbosa ricerca di una normalità che la “narrazione della responsabilità” di Conte sta offrendo a dispetto di un paranoico timore del futuro.

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