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La moderna iconoclastia tra (ri)costruzione della memoria e condanna (in contumacia) della storia

Aggiornamento: 22 giu 2020

La morte di George Floyd ha generato ormai da settimane un moto di indignazione contro le autorità, accusate di coprire (nella migliore delle ipotesi) e/o incoraggiare (nella peggiore delle ipotesi) gli atti criminali e discriminatori contro la popolazione americana di colore. La violenza del poliziotto sul 46enne del Minnesota si è trasformata, a livello globale, nel simbolo della prevaricazione su tutte quelle categorie deboli e come tali vittime di soggiogamento. Così, per le più disparate ragioni, le manifestazioni di protesta, oltre a prendere di mira i luoghi del potere, hanno portato alla distruzione o al danneggiamento dei simboli con i quali viene identificato tale stato di sopraffazione. Dalla statua di Winston Churchill, a quella di Cristoforo Colombo fino a quelle di conclamati schiavisti, la furia di quella che la stampa ha definito “iconoclastia moderna” non ha risparmiato in Italia nemmeno Indro Montanelli.

La catena di episodi del genere, tra le tante conseguenze, ha riacceso il dibattito su due aspetti culturali che ultimamente l’opinione pubblica ha fatto fatica a distinguere e a far interagire nella giusta maniera: la storia e la memoria pubblica. In molti hanno intrecciato i due campi pretendendo la cancellazione tout court di ogni aspetto di quel passato spesso giudicato tenendo conto soltanto della sua parte più riprovevole e sovente utilizzando criteri (morali e moralistici) anacronistici.


Quali sono i punti di contatto tra le due componenti? In breve si potrebbe dire che sono in rapporto ma non sono inscindibili e sacrificare una (la memoria) non vuol dire obbligatoriamente cancellare anche l'altra (la storia). Conseguentemente, ricreare una memoria su basi e criteri diversi non vuol dire resettare il passato. Qualsiasi simbolo pubblico, infatti, pur essendo per buona parte "figlio dei fatti", è comunque la risultante di una precisa scelta culturale e valoriale che propone una certa interpretazione del passato. Ed è proprio in quest'ultimo aspetto che i due campi si distaccano. Non sempre e non totalmente la verità storica è la fonte di valori espressi attraverso la memoria collettiva. Nella determinazione di una narrazione collettiva, difatti, spesso l'elemento storico nella sua essenza viene abbandonato per lasciare il campo alla percezione che i contemporanei ne hanno.

Riprendendo la precedente metafora sulla filiazione, si potrebbe dire che la storia, suo malgrado, può generare degli esseri umani (una memoria che ricalca totalmente la verità storica) o dei mostri come quello del dottor Frankenstein (una memoria assemblata con pezzi di verità storica e pezzi di arbitraria interpretazione del passato). Gli accadimenti non possono essere cancellati, ma può essere cancellata o modificata la loro percezione ad uso e consumo di chi vive il presente.

Il campo della rideterminazione percettiva del passato, però, non è più quello della storia, ma è quello di una memoria data dal rapporto che i contemporanei intrattengono con essa. È in questa arena che avviene lo scontro sulla costruzione della narrazione collettiva, per la quale chi combatte palesa il proprio rapporto con il passato indipendentemente dalla verità storica.

Nobilitando l'attuale "battaglia iconoclasta" elevandola a rilevante questione di filosofia della storia, si potrebbe addirittura chiamare in causa Friedrich Nietzsche. Il filologo tedesco, nella seconda delle quattro Considerazioni inattuali intitolata proprio Sull'utilità e il danno della storia per la vita, distingueva tre tipologie diverse di storia: quella monumentale, quella antiquaria e quella critica. Nello scritto dal sapore chiaramente antistoricista e nelle successive riflessioni che portarono anche ad una attenuazione rispetto a questo eccessivo scetticismo, Nietzsche metteva in guardia sia rispetto all’eccessiva enfatizzazione e sia di fronte al tentativo di tagliare completamente i ponti con il passato.

Reinterpretando e per alcuni versi banalizzando la concettualizzazione del filosofo di Röcken, si potrebbe dire che oggi a scontrarsi sono i sostenitori della storia monumentale e quelli della storia critica; da una parte chi cerca ostinatamente dei modelli che hanno edificato la realtà attuale e vorrebbero utilizzarli per le future fortune; e dall’altra chi vorrebbe liberarsi del passato - così come viene percepito - per elaborare una nuova narrazione pubblica, eliminando personaggi e fatti che nel bene e nel male hanno condizionato e condizionano l’età contemporanea.

Chiaramente le due posizioni non vanno estremizzate. I primi probabilmente hanno abbracciato quel passato non per una totale e acritica accettazione della narrazione che sottende i simboli della società contemporanea, ma perché hanno relativizzato un mondo che forse considerano, citando Leibniz, “il migliore possibile”. I secondi, invece, ritengono di poter rideterminare una realtà diversa epurando dal pantheon iconico tutti quei riferimenti a valori poco edificanti, ma sacrificando anche quanto di buono c’è stato.

E quindi, sfumate o estremizzate, potranno mai convivere queste due posizioni nella stessa memoria pubblica? In via teorica è difficile dirlo. In via pratica probabilmente passerà ancora tanto tempo nel corso del quale ancora tante statue e tante targhe verranno vandalizzate e distrutte.

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