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L’Italia, il paese che ti obbliga a “sopravvivere”, nel 2021 non ha ancora una legge sull’eutanasia

Roberto, trentaquattro anni, qualche giorno fa ha lasciato Pula, un piccolo centro nel cagliaritano, per raggiungere la Svizzera. Lì ha trovato una clinica che potrà mettere fine alle sofferenze del suo corpo e del suo spirito, entrambi minati dalla sindrome laterale amiotrofica (Sla) che da un anno ne ha quasi totalmente precluso i movimenti. Roberto, come dj Fabo, non vuole più vivere la sua vita a queste condizioni e cercava qualcuno che potesse esaudire il suo desiderio, ma in Italia non esiste una legge sull’eutanasia. Chi vuole interrompere - con l’aiuto di altri - una vita che non ritiene dignitosa può farlo soltanto in tre Paesi UE (Belgio, Olanda e Lussemburgo), ma soltanto nella Confederazione elvetica – unico caso al mondo - è concesso il suicidio assistito a un non residente.

L’Italia, lo Stato culturalmente legato al retaggio cattolico e che consente ancora a piccoli pezzi dell’illiberale Codice Rocco di sopravvivere nel proprio impianto legislativo, non ne vuole proprio sapere dell’eutanasia. Solo recentemente, dopo i traumatici casi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro, si è dotata di una legge (la 219/2017) che consente soltanto il rifiuto dei trattamenti sanitari. Una norma che oggi dà la possibilità ai malati di rifiutare o sospendere qualsiasi terapia, comprese quelle salvavita. Interruzione prevista, però, soltanto in presenza di disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Se non vi sono disposizioni preventive del diretto interessato, interviene l’amministratore di sostegno, ma se il medico si oppone alla richiesta di interruzione delle terapie si finisce di fronte a un giudice tutelare.

Dopo la legge sul rifiuto dei trattamenti sanitari, nulla più. Il Parlamento ha sistematicamente eluso l’argomento, tanto che perfino sul delicato tema dell’assistenza medica al suicidio, per evitare la condanna da cinque a dodici anni di Marco Cappato sul caso del dj Fabo, è intervenuta una sentenza della Corte Costituzionale (la numero 242 del 2019) che ha assunto valore di legge tutelando chi “[…] agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili […]”.

E così Roberto, che viene proprio dalla regione delle “Accabadora” (figura magistralmente presentata da

Michela Murgia qualche anno fa nell’omonimo romanzo), si è visto negare dalla legge italiana quella possibilità che ha cercato in Svizzera. Eppure il “suicidio”, oggi bollato socialmente come una vergogna, in passato ha rappresentato la più alta espressione del libro arbitrio e della liberazione da sofferenze fisiche e morali. Non la condizioni del corpo ma quella dello spirito, infatti, ha spinto, in pieno spirito stoico, Seneca e prima di lui Catone a togliersi la vita. Entrambi accompagnati negli ultimi istanti di vita, per uno strano caso del destino, dalla lettura del Fedonedi Platone diventato in seguito un punto di riferimento per quella stessa Chiesa che oggi vieta il suicidio. Nel caso dell’Uticense, inoltre, il gesto di liberazione dalle sofferenze terrene ha trovato perfino l’assolutoria indulgenza di Dante Alighieri, un intellettuale medievale che riesce ad essere più attuale delle più moderne pulsioni oscurantiste.

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