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L'Europa che può superare la crisi è quella immaginata in un saggio del XVIII secolo

La pandemia che ormai da più di un anno sta stravolgendo la vita di miliardi di persone, per alcuni aspetti, ha avuto almeno un effetto positivo: la solidarietà tra tanti Stati del Vecchio Continente e l’avvio di politiche che rendono l’Unione europea un organismo sovranazionale non interessato soltanto alle questioni economico-finanziarie. È di queste ore, infatti, la proposta della presidente Ursula Von der Leyen di adottare una legislazione per un'autorizzazione d'emergenza a livello europeo per i vaccini, simile a quella adottata a livello nazionale (da www.ansa.it). Potrebbe trattarsi di un ulteriore passo verso una collaborazione tra Paesi che da anni, nonostante la partecipazione ad un organismo unitario, sembrano agire da “battitori liberi”. Sembra avvicinarsi al progetto che Immanuel Kant descrisse accuratamente, in tempi non sospetti, nel saggio “Per la pace perpetua”.

Siamo nel 1795, l’Europa non aveva ancora conosciuto gli sconvolgimenti napoleonici e le due guerre mondiali che più di un secolo dopo avrebbero portato gli Stati europei in prima linea a combattere conflitti estremamente cruenti e sanguinosi - come se a fronteggiarsi non fossero uomini, come se l’Occidente non avesse conosciuto la civiltà ma soltanto la barbarie. Il filosofo prussiano, avendo negli occhi “soltanto” i lunghi e continui conflitti di epoca moderna, delinea un piano di pacificazione più lungimirante di qualsiasi proposito pacifista contemporaneo. Il suo pacifismo giuridico condensa filosofia della storia e teoria etica al fine di suggerire la creazione di una federazione di Stati e raggiungere una pace vera (non una tregua come quelle alle quali l’umanità ha assistito dalle origini fino ai nostri tempi).

Ma che cosa suggerisce lo studioso di Königsberg ai suoi contemporanei? Innanzitutto ciò che non bisogna fare per eliminare la conflittualità interstatale. Il primo proposito è quello di ridare dignità ad ogni Stato e ai suoi cittadini. Se si stipula un trattato di pace che nasconde i motivi di un futuro conflitto, i contraenti non si stanno rispettando (per comprenderne veramente il senso, si pensi alle condizioni imposte da Francia e Inghilterra alla Germania dopo la prima guerra mondiale). Se lo Stato viene considerato parte di un patrimonio da accorpare, dividere o cedere, i suoi abitanti sicuramente non vengono considerati per quello che sono: dei cittadini liberi dotati del diritto di scegliere la propria sorte. A tali considerazioni di buon senso, che si associano all’idea che un Paese non può intromettersi nelle questioni interne di un altro Paese (per informazioni chiedere al Cile di Salvador Allende), il filosofo aggiunge dei divieti che, visti con gli occhi di oggi, sembrerebbero impraticabili. Come ad esempio l’abolizione dell’esercito permanente e l’impossibilità per lo Stato di contrarre debiti.


È nella parte seconda, tuttavia, che emergono delle analitiche proposte per la costruzione di una federazione di Stati. Nel primo articolo viene esplicitamente consigliato di adottare, nell’ambito di un sistema rigorosamente rappresentativo, una Costituzione repubblicana fondata sui principi della libertà degli uomini, della dipendenza dalla legislazione e dell’uguaglianza tra i cittadini. Ma perché proprio una repubblica? Per Kant uno Stato nel quale a decidere sono i cittadini mal volentieri intraprenderebbe una guerra i cui effetti si riverberano sugli stessi cittadini (è chiaro che Kant non ha vissuto in Germania alla vigilia dei due conflitti mondiali). Altro aspetto interessante delle proposte kantiane riguarda la contrapposizione tra la libertà dello “stato di natura”, che spinge ogni Paese a bypassare ogni principio in nome dell’utile, e il diritto basato sulla ragione che, partendo dalla legge morale, condanna la guerra. Solo se gli Stati rinunceranno alle loro “libertà selvagge”, potranno prosperare grazie ad un diritto internazionale.

In ultimo, riprendendo un concetto molto caro all’antichità, il pensatore tedesco promuove un diritto cosmopolitico basato sull’ospitalità universale e sul diritto di visita da concedere a tutti gli uomini. Insomma, una unione che anche nella riflessione morale kantiana non deve essere scalfita nemmeno dalla diversità di lingua o di religione.

La “pace perpetua” è un inno all’organizzazione razionale dello Stato contrapposta agli egoismi individuali, perché anche una massa dannata può convivere serenamente se utilizza la Ragione. Un principio, quest’ultimo, che sicuramente avrà ispirato Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni nella redazione del Manifesto di Ventotene, e speriamo ispirerà anche la classe politica europea dei nostri tempi.

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