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"L’antifascismo non serve più a niente": una provocazione per smentire la narrazione delle destre

Gli ammonimenti e le esortazioni di intellettuali come Umberto Eco (Il fascismo eterno) e Luciano Canfora (Fermare l’odio) non sono serviti a metterci in guardia rispetto ai rischi concreti di riproporre atteggiamenti e azioni simili a quelli che nel 1922 portarono il fascismo al potere. Una interessante riflessione in merito è contenuta nel libro edito da Laterza dal titolo L’antifascismo non serve più a niente (13 euro), primo saggio della collana “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti” curata dall’autore dell’opera, Carlo Greppi.

Lo storico torinese articola il suo discorso partendo da una riflessione: la decisa presa di posizione dell’opinione pubblica che, dopo appena quattro mesi, portò alle dimissioni del governo Tambroni (esecutivo nato grazie all’appoggio parlamentare del Movimento sociale italiano) sarebbe possibile oggi di fronte all’ascesa di forze che si richiamano in modo nemmeno troppo velato al ventennio? Come ammette lo stesso Greppi, dopo venticinque anni durante i quali il significato storico dell’antifascismo è stato annichilito è difficile dirlo. Nonostante la pubblicazione di lavori tesi a colmare la distanza tra la verità storica e il senso comune sul fascismo, infatti, lo sdoganamento di formazioni politiche che si richiamano a quel passato ha sicuramente messo in ombra il lavoro di ricerca e ha creato una sorta di contraltare ai valori fondativi della Repubblica italiana.

Al di là dei demeriti della classe dirigente, come sottolinea Greppi riportando le parole dello storico Francesco Filippi nel libro Mussolini ha anche fatto cose buone, probabilmente l’idea di un fascismo “buono” lascia una speranza “nell’animo di chi è scontento del proprio presente”.

Il desiderio dell’uomo contemporaneo, tuttavia, non può cancellare il passato. La storia ci consegna un quadro del ventennio fascista tutt’altro che gratificante. Il regime mussoliniano, nato dalla violenza del primo dopoguerra, ha prosperato sull’onda di quella stessa violenza che ha lasciato una lunga scia di sangue: dall’omicidio di Matteotti che certifica ufficialmente l’avvio della dittatura, a quello di Zamboni che crea l’alibi perfetto per mandare in soffitta lo stato di diritto, senza dimenticare Gobetti, Gramsci e tanti altri.

La borghesia, che aveva maturato una sorta di “paura retrospettiva” nei confronti del rischio di una rivoluzione socialista (Federico Chabod), sostiene e incoraggia un regime del terrore che miete vittime, restringe le libertà, annulla il privato dei cittadini e fa piazza pulita del pluralismo. Un regime che, d’altra parte, trova un ostacolo via via sempre più ostico negli antifascismi che tentano di resistere nella clandestinità.

Greppi, in base agli obiettivi, individua almeno tre diversi tipi di antifascismo: quello moderato di chi voleva tornare allo stato liberale prima dell’ascesa di Mussolini al potere; quello di “Giustizia e Libertà” che guardava all’Italia dopo il fascismo; quello dei comunisti che avevano come obiettivo la rivoluzione sociale. Trasversalmente a questi gruppi, secondo lo studioso piemontese, esisteva un antifascismo etico che nel corso degli anni è diventato sempre più forte e che ha reso quegli uomini sempre più intransigenti dal punto di vista morale. A fronte di severe punizioni (aggressioni, torture, confino, carcere), l’autore del libro ricorda la storia di chi (come Parri, Pertini, Rossi, ecc.) ha resistito vivendo segregato nell’attesa di cogliere il momento giusto.

La guerra civile spagnola e la fallimentare campagna di Russia dell’estate 1941 servirono per riunire il fronte antifascista varcando perfino gli angusti confini nazionali. Alla voglia di rivalsa dei veterani, infatti, si aggiunse il tentativo dei ventenni di rovesciare il banco di un regime logorato e in difficoltà di fronte al dilungarsi della guerra. Lo sciopero degli operai della Fiat tra marzo e aprile del 1943, da questo punto di vista, divenne il segnale che il regime aveva i giorni contati.


L’armistizio, con il quale contemporaneamente si consumò la morte della patria e la costruzione di un agone fatto di crescente partecipazione politica, diventa il punto di avvio di uno scontro anche tra civili e contro i civili - come sottolineato nel saggio. Da una parte - utilizzando le categorie di Claudio Pavone - la “violenza come seduzione” del nazifascismo e dall’altra la “violenza per necessità” dei partigiani. Questi ultimi, una minoranza rappresentativa di tanti gruppi sociali e arricchita da cinquanta diverse nazionalità, cercarono di rompere il monopolio della violenza fascista per porre fine alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma soprattutto per non essere uccisa. Innanzitutto azionisti e comunisti, poi socialisti, democristiani e liberali, imbracciarono le armi, usarono la violenza e uccisero per liberare il Paese anche per quella “zona grigia” che preferì stare fuori a guardare.

Quella unità, come rileva Greppi, portò il fronte antifascista a liberare centoventicinque città in appena un mese dal 24 aprile 1945. Da Genova in poi, le truppe nazi-fasciste si arresero alle bande partigiane. La resistenza prima lottò per la liberazione dell’Italia e poi ne garantì un pacifico passaggio al regime repubblicano. Una unità che faticosamente era stata raggiunta con la Resistenza, tuttavia, svanì con la “guerra fredda” collocando quei gruppi su fronti opposti.

Dopo aver ripercorso le vicende dell’antifascismo dall’alba del regime fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’autore del libro conclude con una considerazione pienamente condivisibile soprattutto guardando alla malcelata intolleranza che si sta facendo spazio nel Paese: “anche se l’antifascismo storico è finito, le sue ragioni non sono superate”.

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