top of page

Il vero volto del Potere nelle parole della politica in tempo di crisi

Le politiche di nazionalizzazione delle masse iniziate nella seconda metà dell’800 hanno per decenni alimentato un equivoco che l’attuale emergenza sanitaria sta pian piano chiarendo, soprattutto attraverso la cinica spontaneità di alcuni uomini pubblici. La retorica repubblicana utilizzata dal Potere, infatti, ha convinto l’opinione pubblica che diritti come quello all’istruzione o come quello alla difesa della vita (indipendentemente dall’età) fossero conquistati dal popolo e ormai ampiamente acquisiti, quasi scontati.

Le sortite del Presidente di quella che viene definita la “più grande democrazia del mondo” (gli Stati Uniti d’America) e - per venire a fatti di casa nostra – quelle dei presidenti di Regione (Toti e De Luca) o di qualche sindaco (in primis Sala, non esattamente un fascio-leghista), invece, hanno riportato tutti alla drammatica realtà. Hanno rappresentato – parafrasando Hegel – lo “scandaglio del razionale” che mostra quel fondo oligarchico che sta sotto l’illusorio mare di democrazia sul quale pensiamo di navigare.

Fuori di metafora, possiamo dire che le parole di Toti sugli anziani (“non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”) o di De Luca sull’unica bambina che voleva andare a scuola non sono il semplice sintomo di un imbarbarimento dei governanti, ma il disvelamento del vero volto di un potere che, nonostante l’insofferenza per qualsiasi forma di condivisione nella gestione della Res publica, “concede” diritti in funzione dei vantaggi che può trarne e si arroga la “pretesa” di revocarli quando c’è da fare i conti con il ridimensionamento degli strumenti economici a disposizione.


Nelle parole dell’establishment pronunciate da febbraio in poi, infatti, non va letta cattiveria ma una naturale propensione verso valori e principi che esulano dal sentire comune dell’opinione pubblica, lontani dalla morale pubblica e da quel politically correct adottato più per convenienza che per convinzione. Attenzione, non si tratta di un esemplare antropologico diverso dall’uomo comune, ma di una categoria che, a prescindere dalla provenienza culturale, ha adottato una mentalità utilitaristica e di conseguenza non considera quelli fondamentali dei diritti assoluti, ma li reputa vantaggi temporanei da distribuire alla bisogna. D’altronde, la concessione di diritti in età contemporanea, in assenza di rivoluzioni sociali, non ha rappresentato una conquista, ma molto spesso è stata una malcelata concessione legata al rapporto tra la partecipazione delle masse ai processi pubblici e il rafforzamento e l’espansione del Potere.

Tali aspetti non emergono chiaramente quando la spesa economica è in espansione (per motivi che è facile immaginare) o quando al governo ci sono uomini scaltri, ma vengono fuori in tutta la propria drammaticità quando arriva una crisi o ad amministrare la cosa pubblica ci sono personaggi come quelli ricordati in precedenza (o quando, con perfetto sincronismo, si verificano entrambe le condizioni). Non a caso, certe dichiarazioni sembrano stridere rispetto alla narrazione politica tradizionale. In fondo, come ricordava Tony Servillo nella sua interpretazione di Giulio Andreotti nel Divo,“la verità è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo per una cosa giusta”.

40 visualizzazioni0 commenti
bottom of page
UA-137738610-2