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Il conflitto generazionale dà ragione ancora agli anziani, nonostante gli strali dei millennials

I periodi di crisi portano con sé tanti conflitti, tra questi si ripropone puntualmente quello generazionale. Molto spesso, infatti, i giovani imputano le cause delle difficoltà del presente a chi ha vissuto e gestito la comunità negli anni precedenti. Dal conflitto tra vecchia e nuova cultura prima e durante la Guerra del Peloponneso nella Atene classica (che divise trasversalmente i tradizionali schieramenti politici, quello oligarchico e quello democratico) ai più recenti sconvolgimenti avviati dai movimenti giovanili occidentali del Sessantotto, la storia è ricca di esempi di questo genere.

L’attuale emergenza sanitaria ha riproposto tale dialettica. C’è chi dentro e fuori le istituzioni, facendo riferimento al concetto di “male minore” (o, se volete, di “male necessario”), di fronte alla possibilità di un nuovo lockdown, si è schierato dalla parte dei giovani chiedendo il sacrificio degli anziani poiché “non sono indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”. Nel mondo che corre sulle gambe del lavoro e dello sfruttamento, le vecchie generazioni, dopo essere state spremute per rimettere in circolo i risparmi di una vita, vengono considerate sacrificabili (psicologicamente e fisicamente). In fondo, secondo una teoria tutt’altro che dimostrata e dimostrabile, il virus colpirebbe soprattutto le persone in età avanzata.


Mentre queste congetture si stavano facendo largo rapidamente nel dibattito pubblico, però, è arrivato il colpo di scena che ha rimesso tutto in discussione: le elezioni nella “democrazia più importante dell’Occidente”. Negli states, difatti, non ha prevalso il politico di mezza età con il viso da uomo vincente, ma un signore di quasi 78 anni. Un “vegliardo” la cui elezione, visto il contesto in cui si sono svolte (la possibile rielezione di Trump), è stata salutata come una liberazione.

Aspetti l’avvento dell’esercito dei giovani e arriva il quasi ottuagenario “salvatore della patria”. Un paradosso che, tuttavia, guardando indietro tanto paradosso non è, con buona pace del “nuovismo” dei millennials e della cosiddetta “generazione Z”. L’immaginario collettivo di ogni tempo, infatti, vede negli anziani una guida sicura per la collettività. La virtù e la saggezza che promanano dall’esperienza fa di queste generazioni l’approdo sicuro soprattutto in tempi difficili.

Le prime comunità antiche affidavano il governo della città agli anziani, ne resta traccia nel termine senato (il latino senatusderiva da senex, che vuol dire “vecchio, anziano”), utilizzato per indicare un importante organo assembleare dello Stato. Perfino nei modelli utopici antichi e nelle produzioni letterarie questa idea sembra consolidata. Platone, nei libri della Repubblica, sostiene che soltanto gli uomini che hanno superato i cinquant’anni possono ricoprire cariche pubbliche. Lo stesso Dante Alighieri mostra questa particolare predilezione verso le vecchie generazioni: nel XXVI canto dell’Inferno, l’Ulisse che tenta di superare le colonne d’Ercole non è l’uomo giovane e vigoroso che Omero riporta a Itaca, ma è un “vecchio e tardo” disposto a sacrificare la sua stessa vita per la sete di conoscenza.

Quando questo modello è stato messo in discussione, le cose non sono andate molto bene. Tra il XIX e XX secolo il mondo culturale e politico tedesco, nell’ambito della costruzione dell’identità nazionale e nazionalista, elaborò un proprio modello: il giovane che con la sua bellezza e la virilità incarnava l’”anima ariana” che Richard Wagner ha portato frequentemente sul palco di Bayreuth. Quell’archetipo della perfezione che, basandosi sul concetto di sangue, ha poi assunto i contorni di un profondo razzismo, è stato successivamente ripreso dal Nazionalsocialismo e tutti sappiamo come è finita. La battuta di un geniale Woody Allen, in Misterioso omicidio a Manhattan, condensa in poche parole il senso di questa tragica parabola storica: “Io non posso ascoltare troppo Wagner lo sai, già sento l'impulso ad occupare la Polonia!”.


D’altronde, se è vero che i giovani fanno fatica a farsi strada ai vertici delle istituzioni, vuol dire che quello del giovane virgulto nato nel circolo wagneriano, è solo uno dei tanti modelli che alla prova dei fatti ha fallito, nonostante la periodica insofferenza verso le vecchie generazioni.

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