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Guerra in Ucraina, il segreto della tregua diventa sempre più la minaccia della tecnica

“Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche… Saremo giudicati per questo”. Il 28 maggio scorso VaticanNews, quotidiano on line della stampa ufficiale della Città del Vaticano, ha ricordato le parole che Papa Francesco ha pronunciato nel suo viaggio in Giappone nel novembre 2019. In quell’occasione il Sommo pontefice aveva ribadito, tra le righe, una verità diventata inoppugnabile: la tecnica ha ormai limitato, nel bene e nel male, la libertà dell’uomo condizionando perfino le scelte riguardanti una delle “pratiche” più longeve, quasi fisiologica, dell’individuo e cioè fare la guerra.

L’arma nucleare, a cui faceva riferimento Bergoglio, nel mondo è posseduta da Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele (per un totale di oltre 13 mila testate), a cui si aggiungono tanti altri Paesi che, a detta delle associazioni per il disarmo, hanno sul proprio territorio numerosi ordigni atomici pur non facendo ufficialmente parte delle liste internazionali. Poiché servirebbe una quantità di armi nucleari di gran lunga inferiore a quelle presenti per distruggere più volte il mondo intero, allora la sola minaccia del loro utilizzo è diventato un deterrente finalizzato a scongiurare eventuali escalation belliche in ogni angolo del mondo. Un deterrente che non è solo frutto dell’istinto di sopravvivenza ma anche una inconscia delega in bianco alla tecnica.


Più di due millenni di analitica riflessione sui sani principi universali, che regolano la civile convivenza tra gli uomini e che ne preservano i diritti individuali dell’uomo in quanto tale, sembrano essere lettera morte rispetto alla minaccia dell’apocalisse della tecnica. Un po’ come nei film che raccontano della rivolta dei robot contro gli uomini, un’immagine che rispetto a quella attuale ha la stessa regia (la mente umana) ma diversa futuribilità.

In ogni caso sembrano risuonare, a distanza di più di cinquant’anni dall’intervista concessa al giornale tedesco Der Spiegel, le parole profetiche di Martin Heidegger il quale ammoniva I contemporanei sul radicarsi del concetto di tecnica nella civiltà umana. Nel cammino che ha portato l’uomo a non poter più farne a meno, essa ha raggiunto un’importanza tale da poter determinare le scelte umane anche al di là del più profondo sentire individuale e collettivo.

Il “pensiero calcolante” di cui parlava il filosofo tedesco probabilmente sta soppiantando gradualmente il pensiero sentimentale, l’irrazionalità e l’istinto, così che le pulsioni di freudiana memoria, che pure hanno nel tempo abituato il genere umano a fare i conti con le possibilità offerte dal libero arbitrio, hanno disorientato l’individuo a tal punto da spingerlo ad affidare la responsabilità della scelta alla tecnica. Come direbbe Umberto Galimberti, abbiamo “interiorizzato l’inconscio tecnologico” toccando una sorta di condizione disumanizzante.

La mente che decideva sulla base anche di fattori irrazionali e imponderabili, oggi sembra dover fare i conti soltanto con elementi razionali e utilitaristici. A furia di demandare il calcolo delle probabilità alle macchine, stiamo introiettando il loro modo di pensare e di scegliere. Forse anche per questo che nell’opinione pubblica il discorso sui diritti umani non fa presa sull’opinione pubblica così come la minaccia nucleare o come la crisi economica.

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